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Contrada dell'Orso

Reportage

la Contrada dell'Orso

La contrada dell’Orso fa parte di un tessuto urbano rimasto quasi immune dalle opere di demolizione e sventramento operate all’epoca della costruzione dei muraglioni sul Tevere ed ha mantenuto in gran parte le caratteristiche originarie della Roma rinascimentale.

Albergo dell'Orso - Ettore Roesler Franz -1878

Questa contrada è una piccola porzione del centro storico di Roma, parte del rione Ponte e parte del rione Campo Marzio, compresa fra via di Monte Brianzo, parte di via della Scrofa, via dei Pianellari, via di S. Apollinare e via Zanardelli. Le strade fra cui è ricompresa ricalcano antichi assi viari considerati come fondamentali nel sistema stradale della Roma medievale e rinascimentale. In modo particolare via Monte Brianzo raccoglieva l’enorme flusso di viaggiatori e pellegrini che entrando in città da porta del Popolo percorrevano la via Leonina (oggi via di Ripetta) per recarsi a ponte S. Angelo e quindi in S. Pietro; via della Scrofa, invece, era la prosecuzione della via Leonina che giungeva fino a palazzo Madama, oggi sede del Senato, ma un tempo residenza della famiglia Medici. L’importanza ricoperta da queste strade spiega come, sin dal Rinascimento, la zona sia stata interessata da una forte espansione di attività legate al commercio e al turismo: numerose erano infatti le locande, gli alberghi e le osterie come pure una varietà di attività artigianali che, ancora oggi, danno una certa notorietà alla zona.  L’origine del toponimo “Orso” che dette il nome alla via ed al vicolo ancora esistenti e che poi si estese alla contrada deriva probabilmente da una locanda dell’Orso, situata all'incrocio tra via di Monte Brianzo e via dell'Orso.

La locanda aveva preso il nome, secondo alcuni, dall’insegna di due orsi che la caratterizzava; secondo altri dal nome di uno dei proprietari, Baccio dell'Orso; secondo il Maes, il toponimo deriverebbe invece dal rilievo marmoreo, oggi murato all’angolo con vicolo del Soldato, raffigurante secondo la voce popolare un orso. In realtà ci voleva molta fantasia a vedere un orso nell’animale del bassorilievo che, in realtà, rappresenta un leone che assale un cinghiale. E’ probabile che a molti questo leone sia apparso talmente brutto e goffo da confonderlo con un orso. Un tempo davanti all’Albergo dell’Orso si apriva via di Monte Brianzo, nel suo proseguimento verso via di Tor di Nona, ma la costruzione del lungotevere ha chiuso con un muro la prospettiva davanti all’Albergo dell’Orso. Nei pressi di una scala che permette poi di scendere al livello più basso della strada, è murata una moderna fontana dell’Acqua Vergine, ornata da una testa di orso che fa riferimento alla contrada.

via dell'Orso e Albergo dell'Orso - particolare

Inizialmente nato come locanda, divenne Albergo intorno al 1517 quando l’edificio, di proprietà della famiglia Piccioni, subì una radicale trasformazione: ammobiliato assai riccamente, con bronzi, dorature, broccati di seta e d'oro divenne uno dei migliori alberghi della città a quel tempo, tanto da aver ospitato personaggi come Rabelais, Montaigne, e altri viaggiatori illustri dell'epoca. La sua importanza si spiega anche per la sua posizione strategica, alla biforcazione di due strade importanti come via dell’Orso e via di Monte Brianzo; poi, nel corso del XVII secolo, l'albergo subì un declassamento in quanto il centro turistico dei viaggiatori aristocratici e dei letterati iniziò a spostarsi verso piazza di Spagna; la locanda svolse soltanto la funzione di stazione di posta e divenne per lo più alloggio preferenziale di vetturali, postiglioni e stallieri.

Albergo dell'Orso - particolari

gli "orsi" della contrada

Ricca di edifici del Cinquecento, da sempre Via dell’Orso è stata sede di botteghe artigiane famose in tutta la città. Era il regno del commercio di tessuti, del bronzo, dell'argento e dell'oro: i più abili artisti e restauratori di Roma avevano qui la loro bottega, dando alla strada un’atmosfera del tutto particolare che ancora oggi, a distanza di secoli, sembra inalterata. Infatti, sopravvivono ancora molte botteghe artigiane i cui proprietari in molti casi sono discendenti di quelli che le aprirono: percorrere via dell’Orso costituisce sempre un vero piacere guardando le vetrine degli antiquari e dei restauratori.

Lungo via dell’Orso, sulla sinistra vi sono vicolo del Leuto e via del Cancello. Per il nome del vicolo vi sono due teorie: una vuole che il vicolo abbia preso il nome da una locanda, del Liuto appunto, che qui sorgeva nel XVII secolo; l’altra dal fatto che qui vi abitasse un maestro di liuto, tale Lorenzino. Via del Cancello prende il nome da un cancello che chiudeva la strada nel punto in cui essa terminava sulla sponda del Tevere, dove probabilmente esisteva un approdo privato. Sulla destra si trovano invece via dei Gigli d’Oro e vicolo della Palomba. Via dei Gigli d’Oro originariamente era un vicolo, denominato vicolo della Stufa delle Donne: qui infatti nel XVI el XVII secolo vi era un bagno pubblico per signore che serviva in realtà come copertura per incontri amorosi di ambo i sessi. Gli addetti a questi bagni pubblici erano chiamati “stufaroli”; Tommaso Garzoni, cronista di fine Cinquecento, nota che “sono pochi gli stufaroli che non siano ruffiani e che non tengano camere a nolo”. Vicolo della Palomba prendeva invece il nome dall’insegna di un antico albergo, oggi scomparso.

Nella parte della contrada dell’Orso che ricade in Campo Marzio, alla confluenza di via dell’Orso con via dei Portoghesi, si trova il vicolo dell’Orso, un tempo denominato vicolo degli Scappucci, dal nome dell’omonima famiglia proprietaria del palazzo situato proprio di fronte al vicolo. Palazzo Scappucci, costruito tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo è conosciuto perché alla sua sommità svetta una torre, di epoca medievale, denominata Torre della Scimmia.

Questa torre ricorda una commovente leggenda che le ha conferito il nome. Si narra che nella torre vivesse un nobile, con una scimmia e un unico figlio ancora in fasce. Un giorno la scimmia avrebbe afferrato il neonato e, salita sulla sommità della torre, ne avrebbe messo a repentaglio la vita, facendolo penzolare nel vuoto. L’uomo, rientrando a casa, avrebbe trovato in strada un gruppo di persone accorse, raccolte in preghiera a supplicare la Madonna per la salvezza del piccolo. Egli stesso avrebbe fatto voto a Maria, di dedicarle un tabernacolo perpetuo in cima alla torre, qualora il bambino si fosse salvato. Finalmente la scimmia sarebbe tornata giù, riconducendo con sé il bimbo e deponendolo nelle braccia del padre. Da allora, per volere della famiglia, davanti ad una statua della Madonna, posta sulla sommità della torre, è sempre accesa la luce di una lampada.

Dall’incrocio di via dell’Orso con via dei Portoghesi, inizia via dei Pianellari, così chiamata per la presenza dei venditori di pianelle e ciabatte da donna, negozi tra i più rinomati, nel ramo, della città. Via dei Pianellari termina in piazza S. Apollinare su cui si affacciano l’omonima chiesa e palazzo Altemps Riario.  

S.Apollinare è una basilica minore costruita nel XVIII secolo da Ferdinando Fuga su commissione di papa Benedetto XIV su una precedente chiesa edificata nell'VIII secolo. È dedicata al santo che la tradizione vuole abbia accompagnato S. Pietro da Antiochia fino a Roma e che divenne in seguito il primo vescovo di Ravenna.
Papa Giulio III del Monte donò la chiesa a Sant'Ignazio di Loyola, che vi fondò il collegio germanico. L’ interno è ad una sola navata con tre cappelle per lato e contiene opere di notevole valore artistico. La volta della navata, a botte, è decorata con un affresco di Stefano Pozzi che raffigura la Gloria di Sant’Apollinare. in una cappella è conservata un’immagine del XV secolo raffigurante una Madonna tra gli apostoli Pietro e Paolo. A questa immagine è legato un particolare episodio della storia di Roma: durante il passaggio dei soldati di Carlo VIII di Francia nel 1494, la venerata immagine fu ricoperta da uno strato d'intonaco per nasconderla e proteggerla dai soldati che avevano posto il loro accampamento davanti alla chiesa. L’immagine fu così dimenticata e riapparve grazie ad un terremoto che ne staccò l’intonaco il 13 febbraio 1647.

Il palazzo deve il suo nome al cardinale Marco Sittico Altemps, che lo acquistò nel 1568 facendo apportare, su progetto di Martino Longhi il Vecchio, notevoli trasformazioni all’edificio, ai lavori del quale collaborarono molti grandi artisti, tra cui Giacomo Della Porta, Flaminio Ponzio, Tommaso Schiratti, Girolamo Rainaldi e Onorio Longhi. Nel 1887 il palazzo divenne proprietà della Santa Sede, e ospitò il Pontificio Collegio Spagnolo. Nel 1982 fu acquistato dallo Stato italiano e, dopo un lungo restauro, è stato adibito a sede del Museo Nazionale Romano che ospita importanti collezioni di antichità e una significativa raccolta di opere egizie. Il nucleo più consistente è costituito dalla collezione Boncompagni Ludovisi, insieme alle collezioni Mattei e Del Drago e da alcune opere d’arte della famiglia Altemps. Il palazzo ha tre piani ed un cortile decorato da una fontana monumentale. Al di sopra del fabbricato svetta una torre-belvedere sormontata dallo stambecco rampante, stemma della famiglia Altemps.

L'intreccio di vie, vicoli e piazze, a volte poco conosciute, luoghi nascosti di Roma che spesso riservano grandi sorprese ci ricordano la storia di un mondo che credevamo scomparso: la contrada dell’Orso è ancora oggi la testimonianza del tessuto urbano della Roma del XVI e XVII secolo, rimasto quasi immune dalle opere di demolizione e sventramento operate all’epoca della costruzione dei muraglioni sul Tevere, mantenendo in gran parte le caratteristiche originarie.

Bibliografia:
C. Rendina, D. Paradisi - Le Strade di Roma;
G. Carpaneto - I Vicoli di Roma;
C. Cerchiai - Il Rione Ponte;
G. Tesei - Roma nascosta e sconosciuta;
C. Maes - Curiosità romane

Sergio Natalizia - 2012

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