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Raffaello a Roma

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Raffaello a Roma

Raffaello - Il Trionfo di Galatea - particolare - Villa Farnesina

Roma al tempo di Raffaello

La Roma che accolse Raffaello all’inizio del Cinquecento si presentava come una città ricca di contrasti: infatti, se da un lato appariva in via di ricostruzione, allo stesso tempo presentava ancora molti segni della crisi passata. Nel corso del medioevo la città era andata infatti progressivamente impoverendosi, al punto che la sua popolazione , che ai tempi dell’impero aveva oltre un milione di abitanti, si era ridotta a poche decine di migliaia: l’area urbana propriamente detta, una volta abbandonati gli insediamenti sui colli, era limitata alla zona racchiusa nell’ansa del Tevere. Le invasioni barbariche, le epidemie causate dalla carenti situazioni igieniche e dalle periodiche inondazioni del Tevere, le distruzioni provocate dalle continue faide tra le famiglie nobiliari, avevano portato ad una situazione di crisi generale, dalla quale la città stentava a risollevarsi. Questa situazione di estremo disagio si aggravò durante il periodo della cattività avignonese (1308-1378), quando approfittando dell’assenza dei Papi, le più potenti famiglie romane, in particolare gli Orsini e i Colonna, si spartirono il potere politico della città. Solo con il definitivo ritorno della sede papale a Roma, ebbe inizio, a cura dei pontefici “umanisti”, Martino V, Eugenio IV, Niccolò V, un’opera di recupero dell’antica dignità dell’urbe. Si trattava comunque di singole iniziative più che di progetti organici: anche i due successori di Niccolò V, Pio II e Paolo II, legarono il loro nome ad iniziative similari: fu solo con Sisto IV (1471-84) che gli aspetti urbanistico, monumentale ed edilizio iniziarono ad essere affrontati in un unico progetto che coinvolgeva l’intera città e funzionale alla soluzione dei secolari problemi urbanistici, igienici e strutturali.

Cominciarono ad essere realizzate grandi opere edilizie, la ristrutturazione della viabilità, la nascita di nuovi nuclei abitativi, grandi strutture per la salute pubblica. Il conseguente aumento della popolazione, unitamente all’affluenza di numerosi artisti e tecnici, fece di Roma un punto di riferimento nell’evoluzione urbanistica e nella produzione artistica. Il Rinascimento vero e proprio a Roma trova il momento di maggior sviluppo nel periodo che va da Giulio II della Rovere a Paolo III Farnese, attraverso il pontificato di Leone X e Clemente VII, grazie all’opera spettacolare di grandi artisti quali Michelangelo e Raffaello. Questo splendore viene però turbato dal verificarsi di un evento luttuoso per la città quale il Sacco di Roma, che nel 1527 fa ripiombare la città in un’epoca anteriore a quella di Martino V, ma Roma torna dopo appena alcuni anni a risplendere grazie appunto a grandi artisti, che in essa troveranno modo di estrinsecare le loro inarrivabili capacità, facendo di Roma il centro assoluto del laboratorio artistico. Quando Raffaello giunse a Roma, nel 1508, era un artista già affermato e famoso, ma sicuramente nella città eterna Raffaello con le sue opere ha rappresentato un felice connubio tra il più grande rappresentante della pittura rinascimentale e la città nella quale hanno trovato spazio i grandi progetti architettonici ed urbanistici da esso ispirati. Grazie alle tante opere che l’artista ha lasciato nella città eterna, il nome di Raffaello è rimasto indissolubilmente legato alla storia dell’arte a Roma.

Biografia di Raffaello

Raffaello Sanzio nacque ad Urbino nel 1483. Figlio del pittore Giovanni Santi, esordì nella bottega del padre, da cui si staccò a partire dal 1500. Nel primo periodo di attività dipinse sotto l'influenza dello stile del Perugino, da cui si staccò a partire dal 1500; alla fine del 1504 si recò a Firenze con l'intento dichiarato di studiare le opere di Leonardo da Vinci, Michelangelo e fra Bartolomeo Fra il 1504 e il 1508 Raffaello lavorò anche per la corte dei Montefeltro a Urbino, dipingendo molte tavole tra cui “San Giorgio e il drago”, ma l'esito più alto di questi anni è rappresentato dalla Deposizione di Cristo (1507, Galleria Borghese, Roma). Nel 1508 Raffaello fu chiamato a Roma da papa Giulio II, che gli commissionò la decorazione ad affresco di quattro stanze in Vaticano: dopo che ebbe dipinto la prima e la seconda stanza (rispettivamente della “Segnatura” e di “Eliodoro”), nel 1514, dopo la morte di Giulio II, il successore Leone X nominò Raffaello "architetto della fabbrica di San Pietro" e un anno dopo "conservatore delle antichità romane". Preso da molteplici impegni e assorbito da varie attività, Raffaello dipinse solo una parte della terza stanza, la “Stanza dell'incendio di Borgo” (1514-1517), mentre la quarta, la “Stanza di Costantino”, fu realizzata soprattutto dagli allievi. Accanto ai lavori destinati al Papa eseguì lavori per i nobili della corte tra i quali il banchiere Chigi, al quale fornisce cartoni per l'affresco con “Profeti e Sibille” in Santa Maria della Pace ed il progetto della cappella funeraria in Santa Maria del Popolo che insieme a Villa Madama testimonia la sua attività di architetto.

Tra il 1514 e il 1517 Raffaello realizzò dieci cartoni raffiguranti episodi della vita degli apostoli per gli arazzi della Cappella Sistina. Nei dodici anni che egli trascorse a Roma non trascurò il genere di opere che lo aveva tanto occupato in precedenza: pale d'altare, quadri di devozione e ritratti. Tra i quadri di soggetto religioso è doveroso ricordare la “Trasfigurazione” (1517-1520, Pinacoteca Vaticana), rimasta incompiuta alla morte di Raffaello e completata nella parte inferiore dall'allievo Giulio Romano: la tela costituirà un modello importante in cui il carattere spettacolare e drammatico, la novità e l'originalità dell'invenzione, saranno spunto insostituibile e fondamentale per numerosi pittori delle generazioni seguenti, in particolare per Caravaggio e Rubens. Un altro tema prediletto fu la Madonna (“Madonna di Foligno”,1511-12,Pinacoteca Vaticana; “Madonna Sistina”, 1514, Gemäldegalerie, Dresda; “Madonna della seggiola”, 1514, Palazzo Pitti). Tra i ritratti, in cui eccelleva per l'estremo realismo e la capacità di introspezione psicologica, si ricordano quelli di Giulio II e di Leone X con due cardinali. Famosi e interessanti sono pure i ritratti di donne, tra cui la “Velata” e la “Fornarina” (1518-19, Palazzo Barberini, Roma), entrambi dedicati all'amante dell'artista, la cui immagine è resa con delicatezza di tratto e verità rappresentativa. Raffaello morì a 37 anni, il 6 aprile del 1520 nel giorno del suo compleanno. "Quando Raffaello era in vita la Natura temette di essere vinta e ora che è morto teme di morire« (Pietro Bembo).

dove si trovano le opere di Raffaello a Roma

Schede delle opere

Incoronazione della Vergine
1502-1503—Musei Vaticani – Pinacoteca - olio su tavola trasportata su tela, cm. 267 x 163

Detta anche “Pala Oddi”, la tavola fu commissionata nel 1511 da Sigismondo de' Conti per l'altar maggiore della chiesa di S. Maria in Aracoeli a Roma. Da qui passò nel 1565 alla chiesa di S. Anna presso il Monastero delle Contesse a Foligno e, dopo il rientro dalla Francia, ove era stata trasferita nel 1797 in seguito al Trattato di Tolentino, entrò a far parte della Pinacoteca Vaticana (1816). Sigismondo de' Conti, illustre umanista di Foligno, è raffigurato, sulla destra, genuflesso in preghiera; San Gerolamo, in abito cardinalizio, lo presenta alla Vergine, seduta in gloria col Bambino; sulla sinistra San Giovanni Battista, vestito di pelli, indica la visione celeste, davanti alla quale si inginocchia San Francesco, protettore dei Minori, alla cui chiesa il quadro era destinato.
Il dipinto fu ordinato da Sigismondo de' Conti come ringraziamento alla Vergine per aver salvato la propria casa di Foligno, colpita da un fulmine: l'episodio è ricordato nello splendido inserto di paesaggio sullo sfondo. L'angioletto al centro della composizione regge una targa senza iscrizione, destinata probabilmente a ricordare il voto esaudito dalla Vergine. Il dipinto si può datare tra il 1511 e il 1512, nel periodo in cui Raffaello stava lavorando nella Stanza di Eliodoro in Vaticano (appartamento di Giulio II).

Ritratto di uomo
1503-1504—Galleria Borghese - Olio su tavola, cm 45 x 31

L’opera fu inizialmente ricondotta al Perugino da Venturi, furono Minghetti e soprattutto Giovanni Morelli a sostenere con forza l’attribuzione del dipinto a Raffaello. Nel 1911 la tavola venne restaurata da Luigi Cavenaghi che la liberò dalle ridipinture eseguite in epoca indeterminata, riportandola all’aspetto attuale; il personaggio indossava infatti un diverso copricapo e una pesante casacca di pelliccia aperta su una camicia chiara.
Il protagonista è ritratto frontalmente a metà figura, mentre fissa lo sguardo verso lo spettatore, con una leggera divergenza verso destra, che alleggerisce il contatto visivo diretto e dà una connotazione altera e schiva del soggetto. Il personaggio, dai lunghi capelli mossi ricadenti sulle spalle, indossa una vistosa berretta con tesa rovesciata, un manto e una cappa nera. Lo sfondo è un paesaggio di stile umbro, con colline che si perdono sfumando all'orizzonte e l'accorgimento di farle digradare verso il centro del dipinto  crea una sorta di cornice ideale al volto.
L'abbigliamento di colore scuro e i severi tratti fisionomici donano regalità e imponenza alla figura.

Dama con il liocorno
1505-1507 Galleria Borghese- Tela applicata su tavola , cm 67 x 56

La giovane effigiata è una fanciulla fiorentina, come si evince dal prezioso abito tipico dei primi anni del Cinquecento, con le ampie maniche di velluto rosso e il corpetto di seta marezzata. Il dipinto, del quale non si hanno notizie documentarie certe, fu commissionato, con molta probabilità, come dono di nozze. Lo suggeriscono alcuni dettagli decorativi, in particolare le pietre del pendente, riferimenti simbolici allusivi alle virtù coniugali e al candore virginale della sposa. Ne è un esempio la perla scaramazza, simbolo dell'amore spirituale e della femminilità creatrice già dall'età antica. La stessa collana d'oro annodata al collo poteva rappresentare il vincolo matrimoniale. Allo stesso modo è stata interpretata la presenza del piccolo unicorno che le giace sul grembo, animale fantastico tratto dalla letteratura medievale, attributo della verginità di una fanciulla. L'esecuzione del dipinto dovrebbe risalire agli anni del soggiorno fiorentino, precedenti il trasferimento di Raffaello a Roma.

Deposizione di Cristo
1507-Galleria Borghese- Olio su tavola, cm 174,5x178,5

La pala d'altare, firmata e datata in basso a sinistra "Raphael Urbinas MDVII.", fu commissionata, secondo quanto riferisce Vasari, da Atlanta Baglioni in memoria del figlio Grifonetto, ucciso durante una lotta fratricida per il possesso della signoria di Perugia. L'opera rimase nella città umbra per cento anni finché, nel 1608, fu inviata a Roma a papa Paolo V per farne dono al nipote Scipione Borghese. Nel mettere in scena questa drammatica rappresentazione Raffaello prese a modello il Compianto su Cristo morto di Perugino a Palazzo Pitti, eseguito nel 1495, in cui Cristo è raffigurato disteso a terra secondo un'iconografia allora tradizionale. Il progetto compositivo, fu reso più drammatico e dinamico nella nuova iconografia del "trasporto". La novità compositiva della Deposizione segnò il superamento di tutto ciò che fino a quel momento la tradizione centro italiana umbro-toscana aveva trasmesso a Raffaello e aprì a un nuovo linguaggio espressivo, sintesi di equilibrio tra  idealizzazione formale ed espressione del sentimento, secondo uno stile a lungo ricercato nei modelli dell'antichità classica e caratteristico della successiva fase romana dell'artista.

Stanza della Segnatura (1508-1511)
Musei Vaticani - Pinacoteca - Ciclo di affreschi

La Stanza della Segnatura contiene i più famosi affreschi di Raffaello: essi costituiscono l'esordio del grande artista in Vaticano e segnano l'inizio del pieno Rinascimento. L'ambiente prende il nome dal più alto tribunale della Santa Sede, la "Segnatura Gratiae et Iustitiae", presieduto dal pontefice,  che era solito riunirsi in questa sala intorno alla metà del XVI secolo. Originariamente la stanza fu adibita da Giulio II (pontefice dal 1503 al 1513) a biblioteca e studio privato: il programma iconografico degli affreschi, eseguiti tra il 1508 e il 1511, si lega a questa funzione. Esso fu certamente stabilito da un teologo e si propone di rappresentare le tre massime categorie dello spirito umano: il Vero, il Bene e il Bello. Il Vero soprannaturale è illustrato nella Disputa del SS. Sacramento (o la teologia), quello razionale nella Scuola di Atene (o la filosofia); il Bene è espresso nelle raffigurazione delle Virtù Cardinali e Teologali e della Legge, mentre il Bello nel Parnaso con Apollo e le Muse. Gli affreschi della volta si legano alle scene sottostanti: le figure allegoriche della Teologia, Filosofia, Giustizia e Poesia alludono infatti alle facoltà dello spirito dipinte sulle corrispettive pareti.

San Luca dipinge la Vergine
1510-1515
Accademia Nazionale di S. Luca- Pala d’altare  cm. 220 x 160

San Luca evangelista, essendo prima di tutto pittore, diviene protettore degli artisti avendo avuto il privilegio di raffigurare il ritratto della Vergine con Gesù. Dall’arte bizantina ortodossa il tema iconografico si trasferì alla pittura rinascimentale in quello che appare come un consapevole processo di sacralizzazione e autoinvestitura del ruolo dell’artista quale personaggio storico.  Il dipinto dell’Accademia di San Luca rivela una speciale forma di ritratto/autoritratto: Raffaello viene raffigurato alle spalle del Santo patrono dei pittori, il quale sta dipingendo la Vergine Maria.

Trionfo di Galatea
1511-1512 - Villa Farnesina - Affresco cm. 295 x 225

L'opera, la cui tematica è ispirata a testi classici, fra cui le Metamorfosi di Ovidio, venne realizzata nella sala  detta "della Galatea", situata al piano terra della villa suburbana di Agostino Chigi, posta ai piedi del Gianicolo e nota come la Farnesina. Galatea, raffigurata negli aspetti e negli atteggiamenti della Santa Caterina d'Alessandria (realizzata dall'artista nel 1508, attualmente alla National Gallery di Londra) scivola trionfalmente sulle onde in una conchiglia trainata dai delfini  e circondata da ninfe e tritoni. Il suo sguardo è rivolto verso il cielo, dove, sopra una nube, un amorino reca nelle mani un fascio di frecce a simboleggiare la purezza dell’amore platonico. Nella composizione, il ritmo danzante e vorticoso, con al centro una Galatea dinamica e vigorosa, evidenzia una forte espressione compositiva ed una chiara allusione al classicismo, quello inteso da Raffaello come la ‘maniera antica’. La luce cristallina mette in forte evidenza i corpi vigorosi dei tritoni sul pregevole intarsio del fondo di una tonalità tendente al verde delle  acque. Insieme alla figura centrale, spicca con forza il solido rosso del manto svolazzante per il vento: il tutto in un cromatismo irreale che porta direttamente all'antica pittura romana.

Il profeta Isaia
1511-1512 - Chiesa di S. Agostino - affresco cm. 255 x 155

Questo capolavoro si trova sul terzo pilastro di sinistra della navata centrale della chiesa di S. Agostino. Commissionato dal lussemburghese Johan Goritz, l’affresco presenta il profeta Isaia in trono fra due putti che reggono  sulla sua testa una targa ed un festone. Nella targa si legge la dedica in greco "A sant'Anna, madre della Vergine, alla santa Vergine, madre di Dio, a Gesù salvatore, Giovanni Goritius". Davanti all'affresco raffaellesco era infatti prevista la collocazione del gruppo scultoreo con Sant'Anna, la Vergine e il Bambino di Jacopo Sansovino: sant'Anna era infatti al protettrice del committente. L'opera è la più michelangiolesca di Raffaello, affine soprattutto all'imponente figura del Profeta Ezechiele della Cappella Sistina. Rispetto al modello michelangiolesco, però, l'opera di Raffaello mantiene una misura composta, soprattutto nel volto giovane e dolce, un po' vacuo e malinconico, del profeta. La conoscenza delle opere di Michelangelo rafforzò la concezione plastica di Raffaello, dilatando la sua capacità di interpretare al meglio la spiritualità del suo tempo alla luce della grande lezione del Rinascimento, che a Roma respirava la monumentalità e la potenza dei modelli antichi.

Stanza di Eliodoro (1511-1514)
Musei Vaticani - Pinacoteca - Ciclo di affreschi

Era la stanza destinata alle udienze private del pontefice e fu decorata da Raffaello subito dopo la stanza della Segnatura. L’opera intende documentare, nei diversi momenti storici dall'Antico Testamento all'epoca medioevale, la protezione accordata da Dio alla Chiesa minacciata nella sua fede (Messa di Bolsena), nella persona del pontefice (Liberazione di San Pietro), nella sua sede (Incontro di Leone Magno con Attila) e nel suo patrimonio (Cacciata di Eliodoro dal tempio). Sulla volta spettano a Raffaello i quattro episodi dell'Antico Testamento, mentre nelle grottesche e nelle arcate si conservano alcune parti attribuibili a Luca Signorelli, Bramantino, Lorenzo Lotto e Cesare da Sesto: esse risalgono alla prima decorazione commissionata da Giulio II all'inizio del pontificato, interrotta e sostituita poi da quella attuale grazie all’ammirazione suscitata nel pontefice dai primi affreschi di Raffaello nella contigua Stanza della Segnatura.

Madonna di Foligno
1511-1512 - Musei Vaticani - Pinacoteca

La tavola fu commissionata nel 1511 da Sigismondo de' Conti per l'altare maggiore della chiesa di S. Maria in Aracoeli a Roma. Da qui passò nel 1565 alla chiesa di S. Anna presso il Monastero delle Contesse a Foligno e, dopo il rientro dalla Francia, ove era stata trasferita nel 1797 in seguito al Trattato di Tolentino, entrò a far parte della Pinacoteca Vaticana (1816). Il dipinto fu ordinato da Sigismondo de' Conti come ringraziamento alla Vergine per aver salvato la propria casa di Foligno, colpita da un fulmine: l'episodio è ricordato nello splendido inserto di paesaggio sullo sfondo.
Sigismondo de' Conti, illustre umanista di Foligno, è raffigurato genuflesso in preghiera sulla destra: San Gerolamo, in abito cardinalizio, lo presenta alla Vergine, seduta in gloria col Bambino; sulla sinistra San Giovanni Battista, vestito di pelli, indica la visione celeste, davanti alla quale si inginocchia San Francesco, protettore dei Minori, alla cui chiesa il quadro era destinato. L'angioletto al centro della composizione regge una targa senza iscrizione, destinata probabilmente a ricordare il voto esaudito dalla Vergine. Il dipinto si può datare tra il 1511 e il 1512, nel periodo in cui Raffaello stava lavorando alla “Stanza di Eliodoro” in Vaticano (appartamento di Giulio II).

Sibille ed Angeli
1514 - Chiesa di S. Maria della Pace - Ciclo di affreschi

Eseguito da Raffaello intorno al 1515, Le Sibille è un’affresco di oltre sei metri di larghezza posto all'interno della Basilica di Santa Maria della Pace. L'opera fu commissionata dal banchiere senese Agostino Chigi, personaggio talmente importante da aver ottenuto dal Papa l’autorizzazione a tenere due cappelle private nella Basilica. L’affresco è un esempio di bellezza: il perfetto insieme della composizione, scandita dal putto centrale e dalla specularità armonica delle figure, tipica di Raffaello, è colmo di rimandi simbolici e letterari. Il rapporto più manifesto è tra gli angeli portatori del messaggio divino e le Sibille che lo annunceranno al mondo, divenendo così essenziali figure di collegamento tra l’era pagana a cui appartengono e quella cristiana imminente.  La loro importanza nell'iconografia rinascimentale è anche testimoniata dalla loro viva presenza negli affreschi della Cappella Sistina ad opera di Michelangelo. Il confronto tra le Sibille di Michelangelo e quelle di Raffaello ribadisce ancora una volta le differenze stilistiche tra i due grandi del '500. Le figure michelangiolesche sono potenti e definiscono plasticamente la loro forza interiore. Quelle di Raffaello sono eleganti e liriche, morbide ed armoniche come quelle di tutta la sua pittura. Capaci di dominare il futuro conoscendolo in anticipo in quanto veggenti, le quattro figure sono tuttavia interamente attratte in vario modo dall'apparizione degli angeli messaggeri di Dio. Esse si trasformano così in una nuova interpretazione dell'antico in senso cristiano. Dipinte con perfetta simmetria intorno all'arco che sovrasta l'ingresso della seconda cappella Chigi, le quattro Sibille Cumana, Persiana, Frigia e Tiburtina. sono rappresentate da giovani fanciulle, ad eccezione dell'ultima, l’anziana Sibilla Cumana, accanto alla quale Raffaello ha posto i versi di Virgilio che si riferiscono ad una nuova stirpe che "discende dall'alto dei cieli", a ribadire la profezia dell'avvento di Gesù.

Cappella Chigi
1514 - Chiesa di S. Maria del Popolo - progetto

Agostino Chigi, banchiere papale di origine senese, commissionò a Raffaello una nuova cappella per la sua famiglia, dopo che l'artista aveva già lavorato per lui nella Villa Farnesina. L’artista disegnò l'architettura a pianta centrale e curò i cartoni per i mosaici della cupola. L'opera venne avviata nel 1513-1514 dal Lorenzetto e completata da Bernini nel 1652-1656, per l'allora cardinale Fabio Chigi, poi papa Alessandro VII. È costituita da uno spazio cubico, chiuso da una cupola decorata a cassettoni dorati, e mosaici con Dio Padre circondato dalle allegorie del Sole e gli altri pianeti. Gli affreschi tra le finestre con Storie della Genesi e i pennacchi con le Stagioni sono di Salviati (1550), mentre sull’altare è la Nascita della Vergine di Sebastiano del Piombo e dello stesso Salviati. Completano la decorazione le sculture di Lorenzetto (Giona ed Elia), le tombe piramidali dei Chigi e le sculture del secolo seguente di Bernini (Daniele e il leone e Abacuc e l’angelo.

Stanza dell'Incendio di Borgo
(1514-1517) Musei Vaticani - Pinacoteca-Ciclo di affreschi

La stanza fu utilizzata al tempo di Giulio II (pontefice dal 1503 al 1513) per le riunioni del più alto tribunale della Santa Sede: la Segnatura Gratiae et Iustitiae. A questa funzione si legano le pitture della volta, commissionate dal papa a Pietro Vannucci, detto il Perugino, nel 1508. Al tempo di Leone X (pontefice dal 1513 al 1521) la stanza venne adibita a sala da pranzo e l'incarico di affrescare le pareti venne dato a Raffaello, che affidò gran parte della sua realizzazione agli allievi. Il lavoro fu portato a compimento tra il 1514 e il 1517. Gli affreschi illustrano le aspirazioni politiche di Leone X per mezzo di storie tratte dalle vite di due papi precedenti con lo stesso nome: Leone III (Incoronazione di Carlo Magno e Giuramento di Leone III) e Leone IV (Incendio di Borgo e Battaglia di Ostia ). In tutti gli episodi il papa assume i tratti del pontefice regnante Leone X. Nei monocromi dello zoccolo sono rappresentate sei figure, , sedute, d'imperatori e sovrani protettori della Chiesa.

Loggetta e stufetta del Cardinal Bibbiena
1516-1519 - Palazzi Apostolici in Vaticano -Ciclo di affreschi

Il cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena ha legato il suo nome all’attività di imprenditore artistico svolta alla corte di Leone X tra il 1513 e il 1520: era lui che curava l´allestimento di feste, cacce, balli e rappresentazioni teatrali, come elementi caratterizzanti del tempo all´insegna di un piacere epicureo. Al terzo piano del palazzo apostolico, dove  viveva, si fece decorare un appartamento specchio della cultura paganeggiante in voga:  dalla loggetta alla stufetta, ovvero lo stanzino da  bagno, oltre a tre camere successivamente inglobate nelle strutture create da Clemente VII e Pio V. I temi e le scene delle decorazioni a grottesche furono suggerite a Raffaello e ai suoi collaboratori proprio dal cardinale con un´impronta culturale di gusto mitologico. La loggetta è costituita da un ambiente rettangolare di 15 metri per 3, con una volta a botte di oltre 4 metri e mezzo, sulla quale si schiudono due porte che aprono agli ambienti interni: la decorazione a grottesche sviluppa il tema delle Stagioni, alternato a riquadri che illustrano il Mito di Apollo e Marina. La stufetta, una stanza da bagno privato, è a pianta quadrata di due metri e mezzo per lato, autentica rielaborazione di un calidarium romano. Il tema illustrato alle pareti è la vita di Venere e nelle lunette appaiono dei sottili padiglioni con amorini e ninfe nude panneggiate all´antica. Si tratta di uno stile ispirato a Raffaello  dalle visite nella neroniana Domus Aurea.

Doppio ritratto
1516 - Galleria Doria Pamphilj - olio su tela cm. 77 x 111

Il duplice ritratto non ha mai convinto pienamente la critica per l'attribuzione a Raffaello. Tuttavia l'opera si rivela notevole per l'impianto psicologico dei personaggi raffigurati e può essere collocata, per una serie di note documentarie oltreché stilistiche, nel più maturo e fecondo periodo romano dell'artista. Si tratta probabilmente del ritratto di Andrea Navagero e Agostino Beazzano, ma vi è stata a lungo incertezza circa l'identità dei due personaggi, paludati in vesti grigio-nere. Il Catalogo fidecommissario attribuiva l'opera a Raffaello e indicava nei due personaggi Bartolo da Sassoferrato e Baldo degli Ubaldi, giureconsulti del XIV secolo. La dicitura "Beazzano e Navagero", derivante dall'antica testimonianza di Marcantonio Michiel, è forse la più attendibile.

Sala di Costantino (1517-1524)
Musei Vaticani - Pinacoteca -Ciclo di affreschi

La sala, destinata a ricevimenti e cerimonie ufficiali, fu decorata dagli allievi di Raffaello, sulla base di disegni del maestro, morto prematuramente prima della fine dei lavori (1520). Essa prende il nome da Costantino (306-337 d.C.), primo imperatore romano che riconobbe ufficialmente la religione cristiana concedendo la libertà di culto. Sulle pareti sono raffigurati quattro episodi della sua vita, che testimoniano la disfatta del paganesimo e il trionfo della religione cristiana: la Visione della Croce, la Battaglia di Costantino contro Massenzio, il Battesimo di Costantino e la Donazione di Roma. Completano la decorazione della sala figure di grandi pontefici fiancheggiate da figure allegoriche di Virtù. L'originario tetto ligneo di Leone X (pontefice dal 1513 al 1521) fu sostituito, sotto Gregorio XIII (pontefice dal 1572 al 1585),dall'attuale volta, la cui decorazione venne per ordine del pontefice, affidata a Tommaso Laureti che raffigurò nel riquadro centrale il Trionfo della religione cristiana . I lavori furono portati a termine alla fine del 1585 sotto papa Sisto V (pontefice dal 1585 al 1590).

Loggia di Amore e Psiche (1517)
Villa Farnesina -Ciclo di affreschi

La Loggia, situata nel piano terreno e composta da cinque archi che sono attualmente chiusi da vetrate protettive, prende il nome dalla decorazione ad affresco dipinta nel 1518 sulla volta da esponenti della scuola di Raffaello su disegni del maestro. Si raffigurarono episodi ispirati all'Asino d'oro di Apuleio, della favola di di Amore e Psiche, già impiegata nel Quattrocento per immagini di argomento nuziale.  La loggia serviva da palcoscenico per le feste e le rappresentazioni teatrali organizzate dal proprietario. Per dare un carattere festoso e spettacolare all’ambiente, Raffaello trasformò la volta della Loggia d'ingresso in una pergola, come se i pergolati e i padiglioni del giardino si fossero prolungati all'interno della villa. Al centro due finti arazzi : il sontuoso “Convito degli Dei”, in cui la fanciulla,  ingiustamente perseguitata, viene infine accolta nel consesso divino, e “Le nozze di Amore e Psiche”, culmine simbolico dell'intero ciclo. L’impianto generale dell’affresco e l'ideazione delle singole scene e figure si devono a Raffaello, ma agli affreschi lavorarono spesso numerosi artefici della sua bottega, tra cui Giovan Francesco Penni, Giulio Romano e Giovanni da Udine.

La Fornarina
1518-1519 - Galleria Nazionale di Arte Antica – Palazzo Barberini- olio su tela cm. 87 x 63

Secondo una consolidata tradizione storiografica la cosiddetta Fornarina di Raffaello rappresenterebbe il ritratto di Margherita Luti, figlia di un fornaio trasteverino e identificata come l'amante ufficiale del pittore. Vasari nelle Vite scrive di una giovane sconosciuta di cui Raffaello si sarebbe invaghito facendone la sua concubina e modella preferita, immortalandola in diverse occasioni. In questa tavola, a lungo creduta opera in tutto o in parte dell'allievo Giulio Romano, Raffaello ritrae  la sua amata seminuda, nell'atteggiamento di Venus pudica, con gli attributi della dea della bellezza e dell'amore e con l'aria di musa ispiratrice. Alle sue spalle infatti si scorge un cespuglio di mirto, pianta sacra a Venere e un ramo di melo cotogno, simbolo di amore carnale. Sul braccio sinistro un'armilla reca la scritta Raphael Urbinas, allo stesso tempo firma e maliziosa allusione al possesso del pittore sulla donna. Approfondite indagini diagnostiche, effettuate in occasione del restauro del 2000, hanno rilevato la presenza di un disegno sottostante tipico di Raffaello, confermando pienamente l'autografia della tavola.

Loggia di Raffaello
1518-1519 - Palazzi Apostolici in Vaticano - Progetto e Ciclo di affreschi

Realizzata da Donato Bramante tra il 1512 e il 1517 per papa Leone X de’ Medici sul fronte est del Palazzo Vaticano, è stata completata da Raffaello che ha decorato l’ambiente del secondo piano, a cui si accede dalla Sala di Costantino. Tredici campate con volte a padiglione formano la struttura: cinquantadue riquadri con scene del Vecchio Testamento (solo l’ultima campata è dedicata al Nuovo) costituiscono la cosiddetta “Bibbia di Raffaello”.  Gli episodi religiosi sono incorniciati da stucchi e grottesche, quest’ultime sono ispirate dalla pittura antica vista nella Domus Aurea di Nerone e rielaborata in chiave moderna dal  pittore, che continuamente si richiama al fascino dell’arte classica nei suoi capolavori. La galleria, lunga 65 metri, è stata decorata dalla bottega di Raffaello, su direzione del maestro, come gran parte delle opere all’interno dei palazzi apostolici in Vaticano: collaborazione e modus operandi necessari, se si pensa che negli stessi anni il pittore aveva realizzato le Stanze dell’appartamento di Giulio II e i cartoni per gli arazzi della Cappella Sistina.

Trasfigurazione
1518-1520  - Musei Vaticani - Pinacoteca -tempera grassa su tavola cm. 410 x 279

Il Cardinal Giulio de' Medici commissionò due dipinti destinati alla cattedrale di S. Giusto di Narbonne, città di cui il cardinal de' Medici (futuro papa Clemente VII) era divenuto vescovo nel 1515: la Trasfigurazione, per la quale fu dato incarico a Raffaello, e la Resurrezione di Lazzaro (oggi alla National Gallery di Londra) ordinata a Sebastiano del Piombo. La Trasfigurazione non fu inviata in Francia perchè, dopo la morte di Raffaello (1520), il cardinale la trattenne presso di sé, donandola in seguito alla chiesa di S. Pietro in Montorio, dove fu collocata sull'altare maggiore.  Nel 1797, in seguito al Trattato di Tolentino, quest'opera, come molte altre, fu portata a Parigi e restituita nel 1816 dopo la caduta di Napoleone. Fu allora che entrò a far parte della Pinacoteca di Pio VII (pontefice dal 1800 al 1823). Nella pala sono raffigurati due episodi narrati in successione nel Vangelo di Matteo: la Trasfigurazione in alto, con il Cristo in gloria tra i profeti Mosè ed Elia, e, in basso in primo piano, l'incontro degli Apostoli con il fanciullo ossesso che verrà miracolosamente guarito dal Cristo al suo ritorno dal Monte Tabor. Il dipinto è l'ultimo eseguito da Raffaello e si configura come il testamento spirituale dell'artista. L'opera è considerata nella sua biografia, scritta dal celebre artista e biografo del Cinquecento Giorgio Vasari, "la più celebrata, la più bella e la più divina".

Bibliografia:
Alberto Tagliaferri - La Roma di Raffaello - Newton Compton Editori, 1995
AA.VV. -  I Classici dell'Arte - L'opera completa di Raffaello - 1966
Paolo Franzese, Raffaello, Mondadori Arte, 2008
Catalogo Mostra "Il Rinascimento a Roma. Nel segno di Michelangelo e Raffaello", 2011
Accademia dei Lincei - "Mirabilia Italie" - La Villa Farnesina a Roma
Raffaello - Wikipedia.it
Raffaello - Historiaweb.net

Sergio Natalizia - 2012

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