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via Giulia

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via Giulia, la strada più bella di Roma

Un chilometro di storia ed arte, che va da ponte Sisto a largo dei Fiorentini, seguendo un percorso parallelo al lungotevere. Per tutto il suo tracciato ciascun palazzo o chiesa è un esempio di architettura e racchiude numerose opere d’arte; l’eleganza delle facciate, delle fontane e i suoi scorci caratteristici ne fanno quella che da molti viene considerata la strada più bella di Roma.

la storia di via Giulia

Ideata da papa Giulio II come centro delle attività finanziarie della città, via Giulia è stata la prima e più lunga strada di Roma (oltre un chilometro) a tracciato rettilineo e si estende tra i rioni Regola e Ponte, da piazza S. Vincenzo Pallotti a piazza dell’Oro, praticamente da Ponte Sisto alla chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, parallela al corso del Tevere. Con i numerosi palazzi di interesse storico e i negozi di antiquariato ha mantenuto ancora oggi una maestà ed un’armonia uniche, tanto da mantenere, nonostante le demolizioni e le modifiche, un fascino unico. Papa Giulio II Della Rovere (1503-1513), elaborò un piano di sistemazione del tessuto urbano improntato sulla modernizzazione delle vecchie strutture organizzative di derivazione medievale della città, con lo scopo di evidenziare l’aspetto di Roma, centro della cristianità ed espressione del potere politico della Chiesa. Progettò un asse viario che avrebbe facilitato i collegamenti tra le diverse parti della città che andavano assumendo un’importanza economica oltre che sociale. Le strade tortuose che collegavano il Vaticano al Campidoglio, vennero sostituite da un’ampia via, a cui il Papa volle dare il proprio nome: la “strada Julia”, che avrebbe costituito una sorta di asse portante della Roma degli affari. Inoltre fece progettare dal Bramante la costruzione di un Palazzo dei Tribunali che doveva riunire tutte le corti giudiziarie che a quell'epoca si trovavano sparse in varie sedi, per farlo diventare quindi il centro della vita amministrativa cittadina.

L'intero progetto non venne però mai realizzato, ma solamente cominciato: iniziati nel 1508, i lavori vennero interrotti nel 1511, per non essere mai più ripresi. Del grandioso Palazzo dei Tribunali rimane ancor oggi, tra via del Cefalo e via del Gonfalone, un colossale cordolo di pietra che doveva essere il basamento del palazzo e sporgente così largamente in fuori, da costituire una specie di sedile chiamato dal popolo “sofà di Via Giulia”. Anche se il progetto originario non venne mai portato a termine, lungo via Giulia si allinearono i "blasoni" più importanti dell'epoca, dai Sacchetti ai Ricci e ai Chigi; l'area si popolò di giardini, appartenenti ai palazzi delle famiglie patrizie e borghesi, che digradavano verso il Tevere per raggiungere i moli privati sul fiume.

Via Giulia divenne inoltre anche una sorta di via Margutta “ante litteram”, dato che cominciò ad essere zona di residenza tra le preferite dagli artisti, tra i quali Raffaello, Cellini e più tardi Borromini. Dopo il Sacco del 1527, l'attività edilizia nella zona venne lentamente ripresa, e a partire dalla seconda metà del cinquecento, si delineò un programma architettonico-urbanistico, promosso dalla famiglia Farnese, che trovò nella costruzione della grandiosa residenza il proprio punto d'appoggio. All'ombra della spettacolare residenza, a partire dal 1540, cominciarono a sorgere, sia su via Giulia che su via Monserrato, le case di persone e di famiglie legate all'impresa farnesiana: questa zona, raccolse in un breve spazio gli elementi più rappresentativi della società rinascimentale romana, divenendo di fatto una città nella città.

Infatti, vi sorgevano, affiancati, palazzi di ambasciatori, di nobili, di ricchi borghesi cui facevano contrasto, nella parte che gravitava verso ponte Sisto, le abitazioni delle prostitute di lusso, gli ospizi per i pellegrini stranieri e per i poveri, gli istituti assistenziali per ragazzi e zitelle, le carceri, le chiese di varie nazioni. Nel secolo successivo, altri importanti interventi architettonici contribuirono a definire ulteriormente le caratteristiche urbanistiche e monumentali della sua immagine: il completamento della chiesa dei Fiorentini, la costruzione delle Carceri Nuove, I'ampliamento e la ristrutturazione di palazzo Falconieri ed infine la realizzazione di S. Maria del Suffragio. La fisionomia urbanistica assunta tra la fine del Cinquecento e tutto il Seicento si stabilizzò in maniera definitiva nel XVIII secolo, ma anche nella prima metà dell’Ottocento, pur se in scala ridotta, continuarono i restauri e i rifacimenti, sostanzialmente però nessuno di questi interventi modificò il carattere funzionale della zona. Le cose cambiarono invece nella seconda metà dell’ottocento, dopo la proclamazione di Roma capitale: per far fronte ai disagi causati dalle frequenti inondazioni del Tevere, si avviò la costruzione dei muraglioni che stravolse soprattutto quelle che erano le specificità dell’area intorno a via Giulia: sparirono le case lungo il fiume, molti palazzi vennero ridimensionati o addirittura eliminati. E’ proprio quest'operazione a snaturare del tutto il rapporto di "Strada Giulia" con il Tevere: la creazione dei muraglioni sul fiume ebbe infatti come conseguenza la distruzione di tutto il margine dell'abitato dell'ansa del fiume fino a ponte Sisto, eliminando non soltanto le case di edilizia comune, ma anche parte dei palazzi che si affacciavano direttamente sul fiume. Sono poi del tutto scomparsi i giardini retrostanti alle corti che attraverso l'atrio, la corte e il giardino retrostante, arrivavano, a volte, sul moletto privato della famiglia proprietaria del palazzo. Nonostante questi  sconvolgimenti, la zona conserva ancora intatto tutto il suo fascino: le strade seguono infatti lo stesso percorso del cinquecento e i palazzi conservano ancora memoria delle decorazioni che ne abbellivano le facciate. Un’ eleganza che via Giulia continua a mantenere ancora oggi.

iniziando da ponte Sisto

Ponte Sisto, anche se non è propriamente parte di via Giulia, in passato ha sempre rappresentato un tutt’uno con la strada: immetteva infatti direttamente su via Giulia creando così uno degli itinerari possibili per chi si dirigeva verso S. Pietro. Il ponte prende il nome da Papa Sisto IV che fu l'artefice del restauro dell'antico ponte Aurelio, di età romana, crollato a causa di una piena nel 589. Questa ricostruzione avvenne a seguito di un grave incidente verificatosi in occasione del giubileo del 1450, quando una enorme folla di pellegrini diretti a San Pietro provocò il crollo di ponte Sant’Angelo, causando numerose vittime. Per favorire i flussi verso San Pietro specie nella prospettiva del successivo Giubileo, papa Sisto fece realizzare l'unico ponte costruito a Roma dal medioevo fino al XIX secolo. Ponte Sisto, la cui progettazione è attribuita a Baccio Pontelli, fu realizzato tra il 1473 ed il 1475, e collegò i rioni Regola e Parione all'altra riva del fiume, la zona di Trastevere. Il ponte è caratterizzato dall’"occhialone" di deflusso in mezzo alle arcate, che verrà usato da sempre come strumento idrometrico per indicare il livello delle piene del Tevere. L’inizio della via, quella che fino agli ultimi decenni del secolo scorso si chiamava Via del Fontanone, per via della fontana dei Centopreti in seguito spostata in piazza Trilussa, è ora Piazza S. Vincenzo Pallotti.  Immettendosi su via Giulia, al n° 251 prospetta il palazzo Pateras, sede del consolato di Francia. Quindi si incontra la Fontana detta del Mascherone, che dà il nome alla via di fronte e della quale è ignoto l'autore, fu realizzata per volontà dei Farnese intorno al 1626 ed è costituita da una vasca rettangolare proveniente da terme romane, al di sopra della quale si innalza un prospetto marmoreo nel mezzo del quale è posto un Mascherone in marmo bianco, anch'esso di età romana, che getta l'acqua dalla bocca che si raccoglie in un sottostante semi-catino a forma di conchiglia: il tutto è sormontato dal giglio araldico farnesiano.

nel segno dei Farnese

Dietro Il cancello al n° 186 si intravede la facciata posteriore di Palazzo Farnese eseguita nella seconda metà del cinquecento dal Vignola. Palazzo Farnese è considerato uno dei più raffinati palazzi di Roma sia che lo si guardi da questo lato, sia dal lato di Piazza Farnese. Il giardino, la loggia, i fregi ed il cornicione sono un insieme di armonia ed equilibrio di proporzioni. L'arco Farnese, eretto nel 1603, collegava la terrazza del palazzo Farnese con le costruzioni farnesiane verso il Tevere ove era un grande giardino: con i suoi rampicanti e la vicina fontana del Mascherone, costituiscono un angolo idilliaco di via Giulia; l’arco scavalca via Giulia e secondo il progetto di Michelangelo, mai realizzato, avrebbe dovuto congiungere palazzo Farnese e i suoi giardini alla Villa Farnesina, sull'altra sponda del Tevere. Dopo l’arco si trova la Chiesa di S. Maria dell'Orazione e Morte, sorta intorno al 1538 su iniziativa della compagnia, poi arciconfraternita, dallo stesso nome, che aveva come scopo dare sepoltura ai "poveri morti", trovati in campagna o annegati nel Tevere, senza identità o comunque che non potevano ricevere le esequie da parte dei familiari. Originariamente era una chiesa assai semplice, con annesso oratorio ed un vasto cimitero, parte sotterraneo e parte sulle rive del Tevere che fu quasi completamente distrutto nel 1886 in concomitanza con la costruzione dei muraglioni del Tevere. L'Arciconfraternita crebbe nel tempo di importanza e fama e la chiesa, troppo angusta, fu demolita per essere ricostruita su progetto di Ferdinando Fuga nel 1733-37. La facciata è ricca di colonne e pilastri su due ordini; le porte e le finestre sono decorate con teschi alati e una targa ricorda "Hodie mihi, cras tibi", cioè "Oggi a me, domani a te": Il Belli la chiamò “la commaraccia secca de strada Giulia”. Le decorazioni interne manifestano continui riferimenti "macabri" che rimandano sempre alla vita post mortem; da un vano dell'altare maggiore si accede ad un sotterraneo che è quanto rimane del cimitero dell'arciconfraternita in cui nell'arco di tre secoli vi furono inumate circa 8.600 salme.

palazzi nobiliari e incantevoli cortili

Adiacente alla chiesa di S. Maria dell'Orazione e Morte si trova Palazzo Falconieri, realizzato nel Cinquecento per la famiglia Ceci ma poi attraverso vari passaggi ai Falconieri che ne affidarono il restauro a Francesco Borromini nel 1650. Alla fine dell'Ottocento fu venduto ai Medici del Vascello, i quali lo cedettero a loro volta nel 1927 al governo ungherese che ne fece la sede dell’accademia di Ungheria. A seguire si hanno una serie di palazzetti tra i quali al n° 167 il palazzo Baldoca-Muccioli e al n° 163 il palazzo Cisterna. Subito dopo, vi è la chiesa della comunità senese a Roma, S. Caterina da Siena, costruita nel 1526 su disegno di Baldassarre Peruzzi e rifatta nel 1760 su progetto di Paolo Posi; è a due ordini con alto portale con lo stemma di Siena e, ai lati del finestrone centrale, Romolo e Remo con la lupa, altro simbolo di Siena, perché questa città, secondo la leggenda, fu fondata da Remo. Nella parte opposta, al civico n°4, palazzo Lecca di Guevara con un cortile con archi murati e un giardino con una fontana con mascherone. Segue al n° 16 palazzo Varese, opera di Carlo Maderno nel seicento. Di seguito, in un’area già occupata da edifici antichi, si trova il Liceo "Virgilio" costruito tra il 1936 ed il 1939, nel cui ambito fu inglobato in esso ciò che restava del Collegio Ghislieri, il cui portale di palazzo Ghisleri si trova al n° 38 e nel timpano spezzato curvilineo è un riquadro con la Sacra Famiglia.

chiese, carceri e sofà

Subito dopo al civico n° 65 si trova la chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani, così chiamata per la comunità che abitualmente la frequentava; la sua costruzione risale agli inizi del seicento, sotto la direzione di Domenico Fontana, ma subì parecchie ristrutturazioni nei secoli successivi e l'aspetto attuale della facciata risale però al rifacimento ottocentesco finanziato da Francesco II di Borbone che è stato qui sepolto assieme alla moglie fino al 1984. Nell’area all’altezza di vicolo della Moretta si trova la chiesa dedicata a S. Filippo Neri, detta anche S. Filippino per le sue ridotte dimensioni: restaurata più volte nel tempo e completamente rifatta nel 1853 sotto il pontificato di Pio IX.
La parte successiva di via Giulia dopo vicolo delle Prigioni, è dominata dal massiccio edificio delle Carceri Nuove che presenta finestroni muniti di robuste inferriate; l’ingresso principale è al civico n° 52 ed attualmente l’edificio ospita strutture del Ministero di Grazia e Giustizia. Le Carceri Nuove erano così chiamate perché avevano sostituito i più antichi istituti di pena dislocati a Tor di Nona, Corte Savella e Borgo. Prima di arrivare all’incrocio con via del Gonfalone, si trova invece il carcere minorile voluto da papa Leone XII: questo carcere, progettato dal Valadier, dal 1931 ospita il Museo criminale.
All’altezza del civico n° 59 si trova la chiesa di S. Maria del Suffragio, progettata dal Rainaldi e sede dell’omonima compagnia fondata nel 1592 con lo scopo di pregare per le anime del Purgatorio. All’angolo con via dei Bresciani e vicolo del Cefalo si trova un edificio apparentemente stravagante, in quanto caratterizzato da alcuni filari di grandi pietre e da sedili rivolti verso la strada e noti a Roma come “i sofà di via Giulia”: si tratta dei resti dell’incompiuto palazzo dei Tribunali della Curia, progettato dal Bramante.
All’altezza del civico n° 64 si trova la chiesa di S. Biagio degli Armeni o della Pagnotta, sorta sui resti di un tempio di Nettuno e così chiamata perché il 3 febbraio, festa del santo, vengono distribuiti ai fedeli piccoli pani benedetti. Al n° 66 è situato palazzo Sacchetti, forse il più pregevole palazzo di via Giulia, fatto costruire da Antonio da Sangallo il giovane, che vi abitò fino all’anno della sua morte nel 1546. Attraverso vari passaggi di proprietà fu venduto infine nel 1648 alla famiglia Sacchetti. Sul lato opposto, al n° 97-98 il palazzo seicentesco Ricci Donarelli, che ha inglobato alcune case a schiera del quattrocento e al civico n°85 si trova quella che la tradizione considera la casa di Raffaello. Al civico 79,  il cinquecentesco palazzo Medici Clarelli, anch'esso progettato da Antonio da Sangallo il Giovane. Passato al Consolato di Toscana e, più tardi, ai Marini Clarelli, l'edificio divenne prima sede di una caserma, quindi fu acquistato dal Comune che ne ha curato i restauri e oggi ospita la sede del 1^ Municipio.



verso il Tevere

Alla confluenza  di via Giulia con piazza dell'Oro si erge la chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini, costruita per la comunità fiorentina che viveva in questa zona. Il progetto della chiesa è di Jacopo Sansovino, che iniziò la costruzione ai primi del 1500. La chiesa richiese un secolo per essere completata e fu continuata, infatti, da Antonio da Sangallo il Giovane, da Giacomo Della Porta e da Carlo Maderno, al quale si deve la caratteristica cupola (1614) di forma allungata, per cui i romani la battezzarono "il confetto succhiato". Sul campanile venne posta un'antica campana con la scritta in inglese "Maria is my name" che si vuole provenga dalla cattedrale di S. Paolo di Londra. La facciata della chiesa, in travertino, fu eretta soltanto nel 1734 dall'architetto fiorentino Alessandro Galilei. L’interno, assai maestoso, è a tre navate, con cinque cappelle per lato e volta a botte. Al centro del grandioso altare del Borromini, qui sepolto, è collocato il gruppo marmoreo di Antonio Raggi, "Battesimo di Gesù".

Questa strada ha una storia ricca di episodi e di curiosità. Ma la cosa la rende unica è che se per qualche magico incanto l’incredibile patrimonio d’arte e di cultura e le vicende private che i palazzi custodiscono al loro interno, diventassero improvvisamente visibili all’esterno, via Giulia si trasformerebbe in una delle più grandi esposizioni di tesori al mondo. Nonostante gli sconvolgimenti causati dalla costruzione dei muraglioni sul Tevere, via Giulia conserva ancora intatto tutto il suo fascino: la strada segue infatti lo stesso percorso del cinquecento e i palazzi conservano ancora memoria delle decorazioni che ne abbellivano le facciate. Un’ eleganza che via Giulia continua a mantenere ancora oggi: molti la definiscono la strada più bella di Roma.

Bibliografia:
Claudio Rendina - Donatella Paradisi - Le Strade di Roma - Newton Compton Editori, 2004
Mauro Quercioli - Il Rione Regola - Biblioteca Romana Newton Compton Editori, 2008
Claudia Cerchiai - Il Rione Ponte - Biblioteca Romana Newton Compton Editori, 2008
Ludovico Pratesi - Il Rione Ponte - Tascabili Newton Compton Editori, 1994
Livio Jannattoni - Roma sparita negli acquarelli di Ettore Roesler Franz - Newton Compton Editori, 2006
Giovanni Tesei - Roma nascosta e sconosciuta - Anthropos, 1996

Sergio Natalizia - 2012

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