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Il Ghetto di Roma

Reportage

il Ghetto di Roma

Esteso tra monte Cenci ed il Teatro di Marcello, come parte integrante del rione S. Angelo, lo storico quartiere del ghetto, pur avendo perduto l’originale mortificante significato di “serraglio degli ebrei”, rappresenta ancora oggi il simbolo della Roma israelita, ambiente ricco di attività commerciali e custode della tradizionale cucina giudaico-romanesca.

la storia del Ghetto

Il ghetto di Roma è stato una entità storico-urbanistica limitata a tre secoli di vita, dal 1555 quando papa Paolo IV ne definì i confini, al 1848 quando Pio IX  ne decretò l’abolizione. L’istituzione dei ghetti risale quasi ovunque al XVI secolo e fino ad allora gli Ebrei si erano concentrati in determinati quartieri volontariamente, come segno di unità, dato che essi in tutte le realtà urbane costituivano sempre una minoranza. Questi quartieri venivano chiamati "giudecche' e in alcune città di Italia erano costituiti da una o più vie o piazze, scelte liberamente dagli Ebrei. La presenza della comunità ebraica a Roma risale all'epoca pre-cristiana: durante i secoli imperiali e tardo-antichi la colonia ebraica era insediata principalmente a Trastevere, poi tra l’alto e il basso medioevo si era spostata verso la riva sinistra del Tevere e la cerniera di questo trasferimento è rappresentata dall’isola Tiberina; non a caso dopo l’anno mille il ponte Fabricio o Quattro Capi comincia ad essere chiamato anche “pons judaeorum”. A Roma all'inizio del XV secolo, vivevano circa 2.000 Ebrei: 1.200 risiedevano in quello  che poi sarebbe divenuto il ghetto; la colonia giudaica di Roma aveva scelto quell’ambito territoriale come insediamento privilegiato, attratta probabilmente dalle attività commerciali che si svolgevano nella zona. La comunità divenne particolarmente consistente nel XIV e XV secolo a seguito dell'esodo degli ebrei dalla Spagna e dal Portogallo, tanto che si consolida la Contrada Judeorum e si registra l’esistenza di una via e di una piazza Iudea, che nel dialetto romanesco diventa Giudia.

In sostanza si tratta della “Giudecca” che già esisteva in altre città italiane ed europee. La differenza tra Giudecca e Ghetto risiedeva nel fatto che la prima era una residenza preferenziale, il secondo invece un domicilio coatto; la prima era legata a motivi di sicurezza e salvaguardia culturale, il secondo un’imposizione umiliante. Questa differenza sostanziale fu toccata con mano dagli abitanti dell’area nel luglio 1555, quando papa Paolo IV revocò tutti i diritti degli ebrei romani e ordinò l'istituzione del ghetto. Il serraglio degli ebrei, aveva una superficie di circa tre ettari, occupando un rettangolo che aveva per lati maggiori il Tevere e l’attuale via del Portico di Ottavia, mentre uno dei lati minori attraversava la piazza Giudea e l’altro raggiungeva dal fiume la chiesa di sant’Angelo in Pescheria. L’area venne delimitata da un muro con "portoni" o "catene" detti della Rua, Regola, Pescheria, Quattro Capi e Ponte, che venivano chiusi dal tramonto all’alba. Agli ebrei era consentito girare per Roma soltanto di giorno ed era permesso di esercitare solamente lavori di basso grado, come stracciaroli, rigattieri o pescivendoli. Essi potevano anche esercitare prestiti a pegno e questa attività era naturalmente motivo di astio dei romani verso di loro. Quando si recavano fuori del loro distretto, gli uomini dovevano indossare un panno giallo e le donne un velo giallo (lo stesso colore delle meretrici). Ogni sabato la comunità israelitica era obbligata ad ascoltare le prediche coatte, generalmente tenute dai frati domenicani allo scopo di “convertire li giudei”. I luoghi preposti erano le chiese di S. Angelo in Pescheria, S. Gregorio della Divina Pietà e l’Oratorio del Carmelo: come racconta Giggi Zanazzo, gli ebrei però sembra usassero tamponi nelle orecchie per non ascoltare le prediche.

Naturalmente, la gran quantità di popolazione che viveva in un'area così piccola, insieme all'indigenza della comunità, causò terribili condizioni igieniche. Il distretto, trovandosi molto in basso e vicino al Tevere, era spesso inondato: durante l’epidemia di peste del 1656, 800 abitanti su 4.000 morirono a causa dell'epidemia. Le cose iniziarono a cambiare con la Rivoluzione francese: nel 1798, le porte del Ghetto furono finalmente aperte, ma con la caduta di Napoleone si tornò alla segregazione. Verso la fine del 1825 il papa Leone XII ordinò che tutti gli ebrei abitanti negli Stati pontifici venissero nuovamente rinchiusi nei ghetti e che fossero ripristinati i vecchi divieti che regolavano i loro rapporti con i cristiani; l’aumento della popolazione impose però una rettifica dei confini del ghetto che fu ampliato includendovi via della Reginella e parte di via della Pescheria: furono aggiunti  altri tre "portoni": quello della Reginella, di un altro tratto di Pescheria e il portone grande di piazza Giudia.  Solo nel 1848, Pio IX ordinò l'apertura delle porte del ghetto che sarà abolito nel 1870 e vedrà la demolizione delle mura nel 1885. Gli ebrei romani furono liberi di lasciare il quartiere, e vennero restituiti loro gli stessi diritti civili della popolazione cristiana. La situazione abitativa non mutò però negli anni successivi e anche dopo il 1870 il ghetto appariva un quartiere in disfacimento, che sopravviveva solo grazie all’operosità della comunità, con case interamente aperte al commercio di tessuti, casalinghi e degli oggetti di “anticaje e petrelle”. L’immagine del ghetto di questo periodo è ben rappresentata negli acquerelli che Ettore Roesler Franz eseguì tra il 1881 ed il 1887. Il pittore della “Roma sparita” fornisce una precisa rappresentazione delle piazzette e dei vicoli del quartiere, mettendo sempre in risalto figure e scenari di vita quotidiana.

Poi, finalmente, grandi trasformazioni alterarono il rione. La costruzione dei  muraglioni e dei lungotevere finalizzata ad evitare gli effetti rovinosi delle piene, causò la demolizione della pittoresca quinta di case che si specchiavano nel Tevere. Il ghetto, sebbene gli ebrei fossero ora liberi cittadini, era affollato come prima dalla comunità israelitica, ma le condizioni igieniche sempre precarie spinsero ad una soluzione radicale. L'intero quartiere venne quindi demolito nel 1885, e nuovi edifici sorsero intorno alla nuova Sinagoga. La sola parte dell’area che possa ancora dare un'idea del vecchio ghetto è quella tra Via della Reginella e via di S. Ambrogio. Con le demolizioni scomparvero vie e vicoli, abitazioni e attività commerciali: il nuovo quartiere, come lo vediamo oggi, è esteso su quattro blocchi edilizi, attraversato in tutta la sua lunghezza dalla via Catalana, che si incrocia con via del Tempio; è delimitato all’interno da via del Portico di Ottavia e arriva fino al Tevere dove il quartiere si affaccia su lungotevere dei Cenci. La demolizione materiale delle vecchie e fatiscenti strutture non mise termine alla triste storia del ghetto: alla fine degli anni trenta del ventesimo secolo si riaffacciò una strisciante forma di discriminazione e di persecuzione che divenne grande dramma nel 1943, durante l'occupazione tedesca di Roma nel corso della seconda guerra mondiale. Il 16 ottobre 1943 le SS naziste rastrellarono e deportarono nei campi di concentramento più di 1000 ebrei. Tornarono solo in 15 e molti altri vennero poi uccisi il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine. Oggi l’area del ghetto  rimane una delle zone più caratteristiche nella vecchia Roma: le strade intorno al Portico d'Ottavia mantengono ancora l'atmosfera della “Roma sparita” ed ospitano numerosi negozietti e molte trattorie che perpetuano le tradizioni della cucina ebraico-romanesca.

il Portico di Ottavia e S. Angelo in Pescheria

Il Portico di Ottavia costituisce l’ingresso principale al quartiere ebraico ed è l'unico conservato dei grandi portici che limitavano sul lato settentrionale la piazza del Circo Flaminio (gli altri erano il Portico di Ottavio ed il Portico  di Filippo). Fu fatto edificare sui più antichi templi di Giunone Regina e di Giove Statore, ad opera di Augusto e nel 23 a.C. doveva essere già compiuto e fu dedicato alla sorella dell'imperatore, Ottavia. Nel 203 d.C. fu ricostruito da Settimio Severo e Caracalla, come indica la grande iscrizione sull'architrave. Lungo, nella fronte, 115 metri e profondo 135, era ricco di trecento colonne con capitelli corinzi. Ospitava luoghi di cultura, sale per spettacoli, concerti, biblioteche. La parte oggi visibile è il grande atrio centrale, un tempo rivestito di marmo. Nel Medioevo, sulle rovine del portico, furono edificati un grande mercato del pesce e una chiesa, S. Angelo in Pescheria, edificata nell'anno 780, come rivela un'iscrizione  conservata al suo interno. Il campanile è del XIII secolo e dello stesso periodo è la campana tuttora in uso.

Su via del Foro Piscario si trova l’Oratorio dei Pescivendoli, costruito alla fine del XVII secolo: la facciata è ornata da una grande immagine di S. Andrea. Addossata al propileo del Portico di Ottavia, vi è la casa medioevale detta «Torre Fornicata dei Grassi», dal nome della famiglia che la acquistò dagli Orsini nel 1369. Sulla facciata principale, che si apre su via del Portico di Ottavia, vi sono alcuni frammenti di architravi romani incastonati sulla porta di accesso, sovrastati da una piattabanda di mattoni interi, secondo una caratteristica costruttiva del XII-XIII secolo. Alla destra della Chiesa di Sant'Angelo in Pescheria uno scenario di vecchie case costruite in età completamente diverse: sono case che delimitano l'antico tracciato del ghetto e sono strutture abitative costruite con materiali di reimpiego provenienti da materiale di epoca romana. Da questo punto si erigeva il muro perimetrale che si alzava dall’attuale via di Portico d’Ottavia a piazza delle Cinque Scole al Tevere (all'epoca privo dei muraglioni, eretti nel 1888). Lo slargo davanti al Portico è il punto dove, la mattina del 16 ottobre 1943, i nazisti disposero i camion con cui furono deportati gli ebrei catturati durante la razzia.

nel cuore del vecchio Ghetto

Via del Portico di Ottavia costituisce una sorta di Corso del Ghetto: su di essa si aprono molteplici esercizi commerciali di prodotti tipici e ristoranti che si richiamano alla tradizionale cucina ebraico-romanesca, con una felice sovrapposizione di immagini che offrono un caratteristico colore locale. Subito sulla destra di via del Portico d’Ottavia si apre via di Sant’Ambrogio, che prende il nome dalla chiesa che la tradizione vuole sia stata edificata sulle rovine della casa paterna del vescovo, come indicato dall’iscrizione posta sulla porta di un convento. Alla fine di Via di S. Ambrogio si giunge a piazza Mattei. La piazza prende il nome dai Mattei; essi erano tra le famiglie cristiane le cui case erano adiacenti al Ghetto di cui avevano le chiavi dei portoni che venivano chiusi all'Ave Maria e riaperti la mattina dall'esterno.

Al centro della piazza si trova la fontana delle Tartarughe, costruita tra il 1581 e il 1584 dal fiorentino Taddeo Landini su progetto di Giacomo Della Porta. Le bronzee tartarughe sospinte verso il bordo del catino, nel quale si raccoglie l'acqua dello zampillo che ricade poi nella vasca sottostante, vennero aggiunte solamente nel 1658 dal Bernini, durante i lavori di restauro voluti da papa Alessandro VII. Da piazza Mattei si torna in via del Portico di Ottavia percorrendo via della Reginella. Non si conosce l’origine del toponimo: secondo alcuni dovrebbe riferirsi al tempio di Giunone Regina, ma la tradizione più diffusa vuole che si tratti del ricordo dell’elezione della ragazza più bella del rione chiamata appunto Reginella. La strada fu incorporata nel ghetto nel 1825, allorchè Leone XII volle allargare il quartiere ebraico per ragioni di igiene: lungo questa strada si può avere un'idea, insieme a quanto già visto in via di S. Ambrogio, della struttura urbana esistente nell’antico ghetto.
A seguire si hanno una serie di nuclei di diversi periodi; all’angolo con vicolo Costaguti sorge la casa quattrocentesca di Lorenzo Manilio. Non è il risultato di un progetto unitario, ma l’aggregazione di almeno tre corpi di fabbrica diversi per dimensione, stile ed età di costruzione, con un elemento che unisce tutte queste strutture: una grande fascia bianca che contiene iscrizioni e che gira tutt'intorno al palazzo che Lorenzo Manilio volle ad imitazione degli splendori dell'antica Roma. Il basamento dell'edificio è cosparso di reperti archeologici, quale un frammento di un antico sarcofago. La data dell'edificio segue l'uso romano, 2221 dalla fondazione della città (753 a.C.), anno della nostra era 1468.

Su vicolo Costaguti, si vede un tempietto del 1759 di pianta semicircolare e adornato da sei colonne dedicato alla Madonna del Carmine: si tratta di uno dei luoghi dove gli Ebrei erano costretti, il sabato, ad assistere alle prediche coatte, allo scopo di convertirli al cristianesimo. In vicolo Costaguti è di notevole interesse uno dei passaggi, detti “trapassi”, comuni nell’epoca antica e medievale, che erano una vera gallerie che passavano da parte a parte interi edifici, a vantaggio della comodità del transito. Questo passaggio rappresenta una importante documentazione sull’urbanistica dell’antico ghetto: il passaggio in galleria termina infatti in un cortile dove si affaccia un insieme di case che rendono bene l’idea della realtà del ghetto. Piazza Costaguti è circondata da bei palazzi come il Palazzo Costaguti, costruito a metà 1500 da Carlo Lambardi e passato nel 1624 ai Costaguti. Attraverso via in Pubblicolis e via S. Maria del Pianto si giunge quindi a piazza delle Cinque Scole: il nome porta il ricordo del palazzetto delle Cinque Scole o Sinagoghe che sorgeva in questo punto e che fu demolito nel 1910.

Uno dei divieti del tempo del Ghetto consisteva nella proibizione di avere più di una sinagoga, indipendentemente dal numero degli ebrei e senza tener conto della estrema varietà di provenienze (catalani, aragonesi, siciliani e altri). La difficoltà fu in parte aggirata comprendendo all'interno di un unico palazzetto locali diversificati per i diversi gruppi. La piazza occupa un'area che, in passato, il muro del Ghetto aveva diviso in due parti: all'interno, piazza delle Scòle e una parte di piazza Giudea; all'esterno, vicolo dei Cenci, piazza dei Cenci e l'altra parte di piazza Giudea, che venne intitolata a S. Maria del Pianto. Sul lato meridionale della piazza sorge oggi il palazzo Cenci-Bolognetti. Antistante il palazzo si trova la Fontana del Pianto, fatta erigere da Gregorio XIII nella seconda metà del XVI secolo su disegno di Giacomo Della Porta, affinché, secondo il rescritto papale, "anche gli Ebrei avessero refrigerio dell'acqua e abbellimento" e così denominata perché originariamente situata presso la chiesa di S. Maria del Pianto, al centro di piazza Giudea. Nel lato opposto, la Chiesa di S. Maria del Pianto, prende il nome dalla lacrimazione di una immagine della Vergine, avvenuta, secondo la tradizione, a seguito di un fatto delittuoso del 1546.

verso il Tevere

Visibile da molti punti della città con la sua cupola quadrata, la Sinagoga rappresenta architettonicamente la riconquistata cittadinanza della comunità dopo la vergogna del Ghetto. E’ opera degli architetti Armani e Costa che la completarono nel 1904. Lo stile è un misto di Liberty e di arte babilonese, con evidente richiamo allo stile dell'epoca di costruzione e all'origine mediorientale della religione ebraica. Non presenta immagini, solo simboli: la Menorah, le Tavole della Legge, i Lulav. Le molteplici scritte in ebraico sono quasi tutte versetti della Scrittura che esaltano la sacralità del luogo.

Il ponte dei Quattro Capi è detto anche "Pons ludaeorum" e collega con l'Isola Tiberina: anche se non faceva parte del ghetto, la presenza ebraica sull’isola è storicamente sempre stata molto forte, infatti qui aveva sede l’ospedale Israelitico che ancora vi mantiene un ambulatorio nei locali dello storico Palazzo Caetani. Sono anche presenti due piccole stanze adibite a Sinagoga dei giovani: qui gli ebrei romani andavano a pregare durante l’occupazione nazista.

Anche se del vecchio ghetto rimangono poche tracce, è sempre viva l’anima dell’antico quartiere; ancora oggi in questa parte di Roma conserva un’atmosfera particolare, una miscela di storia, architettura e tradizione: una realtà sempre viva, una zona urbanistica memoria di un’epoca e della storia di un popolo.

Bibliografia:
Armando Ravaglioli - Il Ghetto di Roma - Tascabili Newton Compton Editori,1996
Giovanni Tesei - Roma nascosta e sconosciuta - Anthropos, 1996
Mauro Quercioli - Il Rione S. Angelo - Biblioteca Romana Newton Compton Editori, 2008
Livio Jannattoni - Roma sparita negli acquarelli di Ettore Roesler Franz - Newton Compton Editori, 2006
Claudio Rendina - Storie della città di Roma - Newton Compton Editori, 2005
Mappe del Ghetto di Roma ieri ed oggi - disegni di Mario Camerini (www.mariocamerini.it
), per gentile concessione dell'autore.
Per gli originali, è possibile rivolgersi all'autore all'indirizzo mail  mario5453@yahoo.it

Sergio Natalizia - 2014

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